Fabbrica Italia?

di Riccardo Melchiorre

Forse ciò che sta accadendo in Fiat, così come fanno intendere le ultime dichiarazioni dell’amministratore delegato Marchionne, può essere incorniciato nel quadro intitolabile: “la deindustrializzazione del paese Italia”. Infatti, le probabili chiusure di industrie quali l’Ilva e l’Alcoa (e volendo parlare di imprese vicentine in questa implosione pare debba rientrare anche lo stabilimento della Beltrame a Marghera), si configurerebbero come crepe nel sistema industriale nazionale, che potrebbe a quel punto collassare dinanzi al fallimento del cosiddetto progetto “Fabbrica Italia”.

Se cioè, come sostiene Marchionne, il genere di automobili prodotto da Fiat non può più considerarsi proficuo per un’azienda europea, significa che bisogna solo aprire gli occhi davanti alle reali conseguenze di una globalizzazione che, se per decenni ha arricchito l’occidente, ora sorride all’oriente.
Diventa lecito ritenere che teorie dei primi anni del novecento come quelle di David Ricardo, che citando il Premio Nobel Krugman “diede una spiegazione dello scambio in termini di differenziali internazionali nella produttività del lavoro” siano giuste anche quando ci mostrano il rovescio della medaglia che non avremmo mai voluto vedere e cioè una profonda crisi occupazionale di settore.
Se così fosse, enti di fatto come i sindacati confederali sarebbero esenti da responsabilità “politiche” per l’accordo per Fiat disegnato da Marchionne un paio di anni fa, dato che in alcun modo avrebbero potuto opporsi a queste “inevitabili evoluzioni dell’economia”.

© Luca De Santis

Tuttavia ci può e ci deve essere un’alternativa critica a questo pensiero e forse si può ravvisare qualche responsabilità dei suddetti Confederali nell’accettare l’aut aut di Marchionne. Perché se da un lato il primo “aut” è stato l’aumento della produttività, mediante il sacrificio degli operai e impiegati FIAT, dall’altro ora rischia di concretizzarsi il secondo “aut”, ovvero la progressiva diminuzione dell’occupazione negli stabilimenti Fiat presenti nel territorio italiano. A vederla così, come non affermare che la scelta della maggioranza dei sindacati confederali compiuta qualche tempo fa, oggi si è dimostrata essere sbagliata?
E se la questione fosse in realtà che la produttività non è mai stato il vero problema, come dimostra il fatto che il mercato dell’automobile in occidente è saturo da tempo, come risolvere la crisi occupazionale che minaccia il settore industriale italiano?
Probabilmente i nostri governanti avrebbero dovuto dimostrarsi più lungimiranti, accettando già da qualche anno la cosiddetta “scommessa della decrescita” così come descritta nell’omonimo manuale di Serge Latouche, invece di insistere con gli aiuti di stato fino a quando gli stessi non sono stati resi illeciti dalla UE, per poi continuare con gli incentivi alla rottamazione. Anche se non possiamo affermare con certezza che la scommessa sarebbe stata vincente, almeno che un dato oggettivo oggi c’è: nel 2012 sappiamo che il default in Italia non si realizzerà e che gran parte del merito va riconosciuto al settore agroalimentare, che ha consentito di recente un considerevole attivo nella bilancia commerciale nel rapporto import/export e non certo a quello metalmeccanico.

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