Felice Maniero torna in libertà. Ha scontato 17 anni di condanna

E così il più grande criminale della storia del Nord Est, autore di centinaia di rapine, di clamorose evasioni e di omicidi, è dunque, per lo Stato italiano, nuovamente un cittadino come gli altri e probabilmente con tutto il patrimonio illegalmente accumulato diventerà imprenditore … Dopo 7 omicidi – di cui 5 riconosciuti – e pensare che nel Veneto non c’è sentore di mafia!!! Liberi Vicentini

Scaduto il soggiorno obbligato: potrà girare per l’Europa senza vincoli. L’ex boss: «Non ho mai sgarrato in questo periodo, nemmeno una multa»

VENEZIA — Felice Maniero torna in libertà e non si tratta di un’evasione. Questa volta è la legge a prevederlo: scontata interamente la sua pena, da domani il superboss della Mala del Brenta potrà girare senza vincoli per l’Europa, con un nuovo nome, un nuovo cognome e al seguito la carta d’identità dove la foto è sempre quella di Faccia d’Angelo.
Dopo 37 anni vissuti fra carcerazioni, fughe, latitanze, arresti domiciliari, semilibertà, soggiorni obbligati, libertà vigilate e restrizioni varie, scade infatti l’ultima misura di prevenzione, l’obbligo di soggiornare all’interno dei confini comunali, di rincasare entro le undici di sera e di non uscire dalle mura domestiche prima delle sei del mattino.
E così il più grande criminale della storia del Nord Est, autore di centinaia di rapine, di clamorose evasioni e di omicidi, è dunque per lo Stato italiano nuovamente un cittadino come gli altri.
E’ l’effetto pratico del patto con la giustizia fatto all’epoca della sua collaborazione, anno 1995. La confessione di vent’anni di delitti in cambio di un trattamento giudiziario non troppo afflittivo. Il che si è tradotto in due condanne a 11 e 14 anni. La prima per associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata a una pletora di reati: rapine, droga, sequestri, traffico d’armi. La seconda per sette omicidi: lui ne riconosce cinque.
Nel 1995, dopo il suo ultimo arresto a Torino, decise di vuotare il sacco. Lo status di collaboratore di giustizia gli è valso il vantaggio processuale del cumulo delle pene, per cui la condanna complessiva a 25 anni (14 più 11) di reclusione fu ridotta a 17. A lui è stata attribuita la responsabilità di una lunga stagione criminale, un ventennio nel quale mise a ferro e fuoco il Nord Est tirando i fili della più potente organizzazione banditesca mai esistita sopra la linea del Po: centinaia di ladri, rapinatori, trafficanti di droga, di armi, biscazzieri, sequestratori. Un giorno lui stesso tentò una stima: quattrocento, comprendendo anche i topi d’appartamento: «Ma io facevo solo rapine e non in banca», per dire che la sua passione era il colpo a effetto, il forziere impenetrabile, i lingotti d’oro, l’aeroporto, il casinò, non il semplice ladrocinio, mitra, mani in alto e apri la cassaforte. «Ah, robetta, troppo piatta, pochi brividi».
Un’organizzazione piramidale e ramificata che aveva base nelle campagne veneziane del Piovese e che si estendeva su tutto il Veneto. Nata grossomodo nel 1975 sull’ormai sfilacciata gang dei veneziani Kociss e del Chessman (come il feroce bandito americano) e morta nel 1995, in corrispondenza della confessione di Faccia d’Angelo con la magistratura veneziana. Lui dunque la creò e lui la distrusse. Ma era addirittura il lontano 1973 quando Maniero venne pizzicato per la prima volta. Un fatto minore, adolescenziale, il furto di un’automobile quando aveva appena 18 anni ma non ancora la patente, che gli aprì le porte del carcere per un mese. Quando uscì riprese la sua naturale attività, sempre più rampante e smanioso di conquista. Iniziò presto la partita a scacchi con la polizia, intervallata da brevi periodi di galera. Sei mesi nel ’74, otto mesi nell’80, tre anni e mezzo nell’ 84, a Fossombrone. Troppi, tre anni e mezzo. In ogni caso abbastanza per meditare nel carcere di massima sicurezza marchigiano la clamorosa evasione: un tunnel di seicento metri scavato nelle fogne del penitenziario per poi fuggire a nuoto fra le acque impetuose del Metauro, il 16 dicembre del 1987. «Nuotammo con la forza della disperazione, io e Peppino (un brigatista, evaso con lui, ndr), contro la corrente del fiume che ci spingeva a valle… poi ci abbracciammo luridi, sul volto di Peppino spuntò una lacrima. Piangeva di gioia. Eravamo consapevoli di aver battuto un nemico ritenuto invincibile». Anche lì, non una fuga normale, un lenzuolo annodato, un muro di cinta da saltare e via. No, sei mesi di lavoro e di studio meticoloso degli anfratti sotterranei del supercarcere. Poi la sparatoria, la corsa, il tuffo.
Qualcosa di cinematografico, esattamente come alcuni dei colpi a lui attribuiti: due miliardi di lire rastrellati al Casinò di Venezia puntando sei pistole al posto delle fiches «per riprendermi quello che avevo perso alla roulette», sorrise; un miliardo all’hotel Des Bains del Lido, prelevandodolo dalle cassette di sicurezza senza sparare un colpo; 170 chilogrammi d’oro trafugati alla Dogana dell’aeroporto di Venezia; l’assalto da Far West al treno di Vigonza con l’esplosione del vagone postale, il prelievo dei sacchi pieni di banconote e la morte innocente di una studentessa che viaggiava nel convoglio in transito sull’altro binario, «un imprevisto che non doveva succedere, molto doloroso »; il furto del mento di Sant’Antonio e quello dei cinque dipinti di Velasquez, El Greco e Correggio dal museo estense di Modena. E infine la fuga choc dal blindatissimo penitenziario Due Palazzi di Padova: giugno 1994, sei uomini della banda si travestono da carabinieri e vanno a liberare il capo prigioniero, simulando una traduzione. Ma nel bilancio criminale di Felice Maniero ci sono anche i traffici di droga e di armi e gli omicidi: dei fratelli Maurizio e Massimo Rizzi, di Ottavio Andreoli, di Ermes Bernardinello, di Zeno Bertin, di Gianni Barizza. Sono la grande macchia nera di Faccia d’Angelo, rispetto alla quale si riconosce solo una piccola attenuante: «Erano tutti uomini nostri, tutti traditori, e purtroppo noi avevamo deciso che chi tradiva moriva». Sospira. La riconquistata libertà arriva al termine di un articolato percorso di reinserimento sociale: prima due anni di semilibertà, poi tre anni di affidamento in prova ai servizi sociali e infine il soggiorno obbligato. Troppo presto? «Ho rispettato il patto e non ho mai sgarrato, nemmeno una multa». Domande: dov’è e cosa fa l’uomo libero Felice Maniero? Dove sia non si sa. Cosa faccia sì: l’imprenditore.

Andrea Pasqualetto – Dal Corriere del Veneto

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