La protesta dei Ricercatori Universitari italiani

Una forte protesta è cresciuta all’interno delle Università Italiane e minaccia di bloccare l’inizio del prossimo anno accademico, tuttavia, come sempre accade in questo paese, nessuno ne viene informato nè riesce a capire che cosa stia realmente accadendo. La stampa da poco spazio a questo genere di notizie, forse convinta che interessino poco alla gente e preferisce parlare del caldo afoso e delle vacanze imminenti. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Ancora una volta tutto nasce (neanche a dirlo) dall’attuale governo e dal Ministro Gelmini, in particolare quello che viene messo in discussione è il DdL 1905. Perchè questa norma ha sollevato così tante proteste tra i Ricercatori attualmente assunti nelle nostre Università? In particolare si sancisce la definitiva messa ad esaurimento della figura del Ricercatore a tempo indeterminato, sostituita dal Ricercatore “a tempo determinato” (3+3 anni).
Per capire la situazione occorre sapere che i Ricercatori, a differenza di quello che gran parte delle persone pensano, non fanno solamente ricerca nelle Università italiane ma svolgono a titolo gratuito una grossa mole di didattica (insegnamenti cosiddetti frontali). Questi insegnamenti non rientrano però nei loro obblighi istituzionali, in altri termini insegnano nelle Università pur non essendo compito farlo. Una persona sana di mente potrebbe chiedersi: “Perchè accade tutto ciò?”. Il motivo è molto semplice, il numero di corsi Universitari, che negli ultimi anni è aumentato notevolmente (specialmente dopo l’introduzione del 3+2*) ha reso necessario che i Ricercatori svolgessero parte degli insegnamenti che altrimenti avrebbero letteralmente sommerso i professori Associati ed Ordinari. Inoltre la didattica consente di acquisire un maggiore “punteggio” che può rivelarsi utile per poter accedere al grado di Professore Associato. Inutile dire che la situazione è molto complessa e varia a seconda dei diversi Atenei. Come sempre accade in Italia, il sistema, nonostante le molte difficoltà e grazie alla buona volontà di molti funzionava discretamente. Tutto ciò è stato però sconvolto dal “DdL macigno” lanciato dal nostro Ministro nelle già turbolente acque dello stagno Universitario italiano. Il DdL Gelmini presenta infatti diversi aspetti penalizzanti e discriminatori nei confronti dei ricercatori attuali. Manca qualsiasi riconoscimento dell’attività didattica “frontale” che gran parte dei ricercatori attuali hanno svolto fino ad oggi gratuitamente, soprattutto dall’entrata in vigore della riforma 3+2 dell’ordinamento didattico. Infine, oggi un ricercatore per poter accedere al ruolo di Professore Associato deve conseguire un’abilitazione nazionale e poi vincere un concorso a valutazione comparativa; al contrario, il nuovo ricercatore a tempo determinato, dopo aver conseguito l’abilitazione, potrà essere assunto come Professore Associato per chiamata diretta dagli Atenei. Inoltre, dato che i Ricercatori a tempo determinato debbono essere assunti come Professori Associati dopo i sei anni di precariato (pena l’esclusione dall’Univeristà) questi saranno sempre e comunque privilegiati nella promozione rispetto agli attuali Ricercatori. Bisogna infatti ricordare che le Università possono assumere solamente un numero ben definito di Professori Associati ed Ordinari, pena lo sforamento del bialancio. Questo spiega il perchè gli attuali Ricercatori verrebbero esclusi da qualsiasi progressione di carriera. Le nuove regole previste dal disegno di legge quindi, unite alla drammatica carenza di finanziamenti insufficienti perfino alla semplice copertura degli stipendi del personale già in ruolo, annullano di fatto qualunque reale prospettiva di carriera per i Ricercatori. Anche ai non addetti ai lavori questo indica chiaramente come mai si stanno muovendo contro il DdL senza un appoggio forte da parte del resto del mondo accademico: Professori Associati ed Ordinari non vengono egualmente toccati da questi provvedimenti e quindi non hanno interesse a protestare. Il problema però è che i Ricercatori in moltissime Università hanno un peso enorme visto che una parte sostanziale degli insegnamenti viene tenuto da loro e, se privatane, l’Università rischia il blocco. Proviamo ad immaginare che cosa succederebbe se i Ricercatori fossero precari: sarebbe molto semplice “zittirli”, basterebbe minacciarli di non essere assunti alla fine dei 3+3 anni di precariato. Inutile negarlo, quello del precariato è il mezzo favorito in questo paese per togliere potere alle persone e per renderle docili ed obbedienti agli ordini di una sempre più ristretta classe dirigente, intoccabile ed arroccata sulla propria montagna di privilegi. Chiunque può capire che c’è un contrasto strindente tra le richieste dell’Europa che vorrebbe da noi uno sforzo per aumentare il numero di laureati e la qualità delle nostre Università e la politica del nostro governo che, all’opposto, prevede una sempre maggiore riduzione degli investimenti nella ricerca. Credo che la speranza di tutte le persone di buon senso sia l’abbandono dell’attuale politica che sta distruggendo l’istruzione italiana e si intraprenda una strada volta ad aumentare i finanziamenti alla ricerca e a migliorare la qualità del sistema scolastico. Solo un sistema che stimoli la competitività tra gli Atenei, come ad esempoi l’istituzione di una graduatoria delle Università Italiane che ne attesti il livello di eccellenza, ci
consentirà un reale migliormento dell’Università Italiana. Se questo sforzo non verrà sostenuto è inevitabile che l’Italia venga definitivamente staccata dagli altri
paesi europei che stanno investendo molto più di noi in ricerca e formazione degli studenti. Non è ancora tutto perduto, i nostri studenti universitari sono ancora ben preparati, lo testimonia il fatto che per loro è estremamente facile trovare lavoro all’estero. Però deve assere altrettanto chiaro alla nostra attuale classe dirigente che solo un’inversione di rotta ci salverà dalla perdita di tutte le nostre menti migliori in fuga verso l’Europa e gli Stati Uniti.

* Con il termine “3+2” si intende che nell’Università esistono attualmente due cicli formativi: la laurea, che viene chiamata laurea di primo livello (ex laurea triennale), e la laurea magistrale (ex specialistica) che dura due anni (http://www.universita.it/riforma-universitaria/).

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