Ma che soldi all’identità Veneta

Gli studenti universitari più bravi hanno protestato perchè pare che la Regione Veneto non trovi i soldi delle loro borse di studio, in minor concambio, però, ecco che i nostri illuminati reggitori ne destinano 170.000 a foraggiare sagre di luganeghe, “griglie roventi” e festival di spiedate, nel nobile intento di coniugare il festoso evento delle imminenti vacanze con la maggior gloria dell’identità veneta. Quale miglior modo, infatti, per valorizzare le nostre radici, quale più efficace, proficuo strumento onde porre in luce le più alte, le più illustri peculiarità delle genti Venete? Intendiamoci, mica si vuole negare al padroncino di Oderzo o all’operaio di Arzignano una giornata in buona compagnia, a magnar e bevar na ombra e anca do: piace a tutti, piace anche a me, eccome se mi piace. E tuttavia quello che disturba è la spiccata propensione dell’attuale governo regionale a premiare questi aspetti folkloristici, snobbando nel contempo le iniziative culturali, a meno che non s’abbia a intendere una recita in dialetto o un corteo storico Anche questa, se vogliamo è cultura, ma minore, come il disegno di un artista di strada a fronte della Gioconda di Leonardo; per cui è comportamento eticamente modesto elevarla a singolare espressione intellettuale, fidando sulla valenza catartica dello spontaneismo popolare. Chi si è sobbarcato il compito di amministrare una così vasta realtà sociale, quale è la nostra Regione, nell’ambito formativo si è assunto implicitamente l’obbligo di fornire al cittadino prestazioni che non siano principalmente relegabili alla sfera gastro-intestinale, con la copertura di qualche spruzzata “artistica”. Strizzar l’occhio alla pancia degli elettori può certamente avere oggi una positiva ricaduta in sede politica, ma nel lungo periodo risulterà penalizzante; ricordiamoci che quando la Roma imperiale volle indulgere al “panem et circenses”, al cibo e allo spettacolo, il suo declino era già cominciato e la fine, una drammatica, ingoriosa agonia, stava dietro l’angolo, ineluttabile. E’ necessario pertanto assurgere a più ampio respiro, saper vedere grande: le piccole soddisfazioni materiali -beninteso auspicabili e gradite-  vanno inserite in un contesto ulteriore, perchè lo sguardo di chi comanda non può essere quello dell’uomo di strada. Vi ricordate l’Ulisse dantesco? Conosciamo tutti quell'”orazione picciola” con cui esorta i compagni, pur “vecchi e lenti” dopo aver tanto navigato, a valicare le colonne d’ercole, a sfidare l’ignoranza al solo fine di sapere, per il solo impulso di conoscere, per andare oltre i limiti fissati dall’esperienza acquisita: “Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti,/ma per seguire virtute e canoscenza”

Questo messaggio, di insuperabile levatura, ci giunge dal Medioevo; e noi saremmo così piccoli da ignorarlo?

Tratto da un articolo di Beppe Gullino sul corriere della sera del 17 Luglio 2011

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