Oasi di Casale: perché non proseguire con l’indagine conoscitiva?

Non molto tempo fa Carmelo Motta, da alcuni mesi presidente del comitato Wwf dell’Oasi degli stagni di Casale, ha ribadito che “di rifiuti tossici sotto i prati dell’oasi non ce ne sono, e se ce ne sono non sono pericolosi”.

Dal canto suo il Sig. Giuseppe Romio, presidente del Comitato dei residenti in loco, sostiene l’idea che se possibilità di un affioramento dell’inquinante sotterrato è così bassa, è da considerarsi a causa del fatto che i sacchi tossici incriminati sarebbero stati interrati sotto il prato, su più strati – ad una profondità variabile da circa -7m a circa -2,5m dal piano campagna, in alternanza a strati di calce ed argilla, modalità di interramento che farebbe, per l’impermeabilità dei materiali usati, presumere la presenza di una circolazione idraulica sotterranea sub-orizzontale e non verticale.

Sono queste, assieme ad altre, le ragioni a sostegno dell’ipotesi che anche qualora venissero operate ulteriori analisi, i risultati attesi non potrebbero alla fine che rivelarsi insoddisfacenti e negativi, nel caso tali ricerche continuassero ad essere eseguite nelle acque e nei fanghi dei laghetti. In sostanza si tratta del luogo sbagliato ove condurre, o proseguire, le indagini.

In questo caso specifico, precisa il Sig. Romio, sarebbe utile effettuare dei carotaggi tra quota -2m e -10m rispetto al piano campagna, direttamente sui luoghi dove è stato ipotizzato, dal comitato dei residenti, l’interramento dei sacchi.

Tali “carote” andrebbero poi fatte analizzare da un esperto geologo per stabilire l’esatta stratigrafia del terreno, effettuando una classificazione geologica e geotecnica dei materiali individuati, attuando poi successive ed adeguate analisi per stabilire il grado di inquinamento da cromo esavalente nei punti eventualmente visivamente individuati come potenzialmente inquinati.

Dalle indagini operate dall’Ulss nel lontano 1988, il personale sanitario rinvenne due sacchi contenenti cromo esavalente.

Da quanto è stato riferito, il ritrovamento di quei due sacchi venne ritenuta prova sufficiente della veridicità di quanto asserivano sia il sig. Romio che il Comitato, per cui la ricerca venne fata terminare lì.

In realtà l’allora difensore civico Gianni Dr. Cristofari,  in una sua lettera del 1° luglio 1997 indirizzata al Comitato, asseriva:”500-600 come assume l’U.L.S.S….”, numero rilevante come da sempre evidenziato dal Comitato.

Ad essere certi, è che ciò non basti ad escludere l’ipotesi che, ad oggi, quei due sacchi ritrovati non rappresentino solamente “la punta dell’iceberg”.

Tuttavia, come dice Motta, “non c’è ragione di non fidarsi delle analisi dell’Ulss”: infatti prosegue il Sig. Romio,“noi non mettiamo in dubbio la veridicità dei risultati: il problema è che le indagini furono eseguite nei punti sbagliati”.

La soluzione proposta dal comitato concorda quindi con l’inopportunità del prosieguo di analisi su acque e fanghi che probabilmente non verranno mai interessati dall’eventuale inquinamento, bensì è da ritenersi più consono analizzare l’acqua dei numerosi pozzi privati presenti in zona, in particolare quelli profondi meno di 10 m, che pescano direttamente nella falda superficiale.

Come Movimento Cinque Stelle appoggiamo le istanze di questi cittadini preoccupati per la loro salute e chiediamo al Comune di render ragione del perché queste preoccupazioni, anche e soprattutto per quanto concerne l’eventuale sviluppo di possibili malattie, non dovrebbero essere sufficienti a giustificare un’indagine conoscitiva più approfondita.

Poi, per quanto concerne le analisi condotte nel 2005 su alcuni campioni di acqua presente negli stagni e nel pozzo AIM interno all’oasi, è corretto precisare che tale pozzo pesca l’acqua a circa 80-100 m di profondità e, pertanto, essendo molto al di sotto della presunta zona contaminata, è facile che non risulti inquinato, per la presenza di cospicui strati di argilla che determinano movimenti verticali di falda, praticamente assenti.

In ogni caso”, precisiamo, “sono queste le cose da appurare con un’indagine geologica, che auspichiamo, l’autorità preposta alla tutela della salute pubblica, il Sindaco, avrà cura di far effettuare al più presto, per tranquillizzare la popolazione nel caso  le analisi dessero risultati negativi (nessuna presenza di inquinamento), e per prendere i dovuti provvedimenti nel caso fossero positivi (presenza di inquinamento)”.

Carlo Motta, invece, continua a ribadire che, della presenza di questi sacchi di rifiuti tossici non c’è certezza e che con i dati attualmente in possesso non sarebbe possibile giustificare un’opera di bonifica, in merito alla quale gli abitanti della zona si esprimono in accordo con il presidente del Wwf, consapevoli dei costi che quest’opera implicherebbe: ma questo non esclude l’opportunità di un’indagine conoscitiva più approfondita.

Anche se certezza della presenza di questi sacchi tossici ancora non c’è, per quale motivo quest’incertezza non dovrebbe essere sufficiente per giustificare il proseguo dell’indagine?

Dovrebbe o non dovrebbe essere un obbligo del Sindaco quello di informare adeguatamente l’opinione pubblica?

Oppure si preferisce aggrapparsi ciecamente a quest’incertezza ignorando così la possibilità dell’esistenza del problema?

Asserire che in assenza di chiari segnali di inquinamento ambientale il “tornare a cercare” non sarebbe scientificamente sensato, è un ragionare al contrario anche alla luce del fatto che sarebbe politicamente ed umanamente corretto dare tranquillità a tutta una popolazione che sino ad oggi continua a porsi delle domande, anche in relazione a determinate patologie che stanno colpendo le famiglie della zona.

Nel frattempo partirà una nuova campagna di analisi delle cannucce delle aree paludose assieme all’Università di Padova, per monitorare le piante le cui radici fissano sostanze, come metalli pesanti, presenti nel terreno.

Ma non ci sarà da stupirsi se anche tale indagine delle cannucce finirà per risultare assolutamente superflua ai fini del rilevamento dell’eventuale inquinamento da cromo esavalente nella zona.

Lo testimonia quanto asserito dal Prof. Diego Colombo dell’Università degli Studi di Trento – docente del corso di Metallurgia dei metalli non ferrosi appartenente al dipartimento di Ingegneria dei materiali – che, tra l’altro, ribadisce:

Il cromo nel terreno si immobilizza aderendo alle particelle terrose, mentre nell’acqua si immobilizza nei sedimenti e solamente in piccole quantità tende a disciogliersi. Il cromo è presente soprattutto in due forme: il cromo trivalente, che in piccole quantità si rivela essenziale per il metabolismo, ed il cromo esavalente, il quale risulta invece fortemente tossico.

Le piante tendono ad assorbire solamente cromo trivalente ed in quantità che raramente possono risultare pericolose”.

Insomma, la verità di tutta la questione dovrebbe essere appurata dal Sindaco che, in prima persona, è preposto alla tutela della salute pubblica ed al benessere complessivo dei cittadini e noi, assieme alle famiglie interessate e alla cittadinanza tutta, attendiamo al più breve risposta.

 

Liliana Zaltron

Consigliere Comunale Capogruppo

Movimento 5 Stelle Vicenza

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