PD e Napolitano nella trappola di BerlusconiIn morte della repubblica parlamentare

Il presidente Napolitano quando ha firmato tutto ciò che gli veniva mandato da firmare dal Parlamento a maggioranza PDL-Lega, quasi sempre ha ricevuto il consenso della gran parte della società civile, che nel corso del tempo aveva abdicato, con l’assenza di partecipazione alla vita politica, alla propria sovranità.

La logica era quella di una Repubblica parlamentare, dove la sovranità del popolo si esprime attraverso i rappresentanti eletti, mentre il Presidente della Repubblica ha una funzione strattamente “notarile”. Non può fare altro che firmare ciò che il legislatore, ossia il Parlamento, gli invia per la promulgazione. Certo, la Costituzione gli riserva la facoltà di non farlo per una volta, ma alcuni di noi hanno ammirato il contegno liturgico mantenuto da Giorgio Napolitano nell’esercizio delle sue funzioni, malgrado detestassimo ciò che firmava. Non facendolo, avrebbe esposto la carica della Presidenza della Repubblica al gioco politico, un gioco che negli ultimi anni è divenuto sempre più “al massacro”. Basti ricordare i ricatti, sia pubblici che “incofessabili” a cui le destre al potere sottoposero Oscar Luigi Scalfaro, essendoci di mezzo “la trattativa” dello Stato con la mafia.

Con la rielezione di Napolitano al Quirinale, assistiamo invece alla consumazione del tradimento di garante della Costituzione che la nostra carta fondamentale vuole in capo al Presidente della Repubblica. Si tratta – tecnicamente, cioè da un punto di vista strettamente giuridico – della trasformazione della nostra forma di Stato, da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale, che si concretizza con la discesa nel campo della politica del Presidente della Repubblica in persona.

I “dieci saggi” di Napolitano potevano essere una strategia dilatoria di qualunque ulteriore decisione in merito alla formazione del nuovo governo. Potevano essere, in altre parole, un modo di Napolitano per lasciare la patata bollente nelle mani del suo successore, anche in virtù della sua parola di galantuomo, tale per cui non avrebbe accettato in alcun modo alcuna proroga del suo mandato né tantomeno una sua rielezione.

Oggi il Presidente della Repubblica giura solennemente di aver impresso alla nostra repubblica (parlamentare, lo ripetiamo), il colpo di grazia, trasformandola in una repubblica presidenziale, dove il capo dello Stato fa e disfa a suo piacimento governi e maggioranze, senza alcuna legittimazione popolare che la forma di repubblica presidenziale richiede e prevede per tale “forma di Stato”. Il presidenzialismo era il vecchio cavallo di battaglia di Berlusconi: voleva l’elezione diretta del Capo, per mutarne le prerogative, da istituzionali, notarili, a politiche, appunto.

Quello che succede oggi equivale esattamente a un arbitro che, durante la partita di scudetto, si mette a dare calci al pallone per segnare per la squadra che preferisce. E nel caso di Napolitano, la squadra per cui si è messo a giocare è quella della partiticrazia, dei privilegi, degli sprechi, dei sacrifici richiesti ai cittadini con i bilanci in bianco (o in rosso), a vantaggio dei più ricchi.

La responsabilità che si è assunto Napolitano è gravissima, si è posto in rotta di collisione con il popolo, a cui la sovranità appartiene, e gravissima è la reponsabilità del Partito Democratico, che per i propri giochi di potere interni ha posto in atto comportamenti autolesionistici.

Il Pd si sarebbe spaccato comunque: valeva la pena che lo facesse per stare dalla parte dei cittadini, come richiestogli dal Movimento 5 Stelle, invece che per assecondare uno stravolgimento della Costituzione reale, senza nemmeno il ricorso al referendum popolare, previsto dalla stessa Costituzione, per il cambiamento della forma di Stato.

Lo stravolgimento voluto da quasi tutto l’arco parlamentare va nell’unica direzione di rendere il popolo ancora più schiavo della casta, dei privilegi di pochi e dell’immunità di un pericoloso pervertito, incapace di amare e rispettare qualsiasi cosa: una donna, i figli, la giustizia, le leggi, la convivenza civile, la democrazia, il Paese.

Da oggi l’Italia è una repubblica offesa e vilipesa.

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