Vandalismo a Schio: chi sono i veri “responsabili”?

di Mauro Rauzi

Mercoledì dei ragazzini vengono fermati dai carabinieri per essersi introdotti nella “Fabbrica Alta”, monumento di archeologia industriale, simbolo di Schio e della sua epopea laniera, che giusto ad aprile ha compiuto 150 anni. L’immobile, di proprietà Marzotto, è stato utilizzato l’ultima volta nel 2009, per una mostra, dopodiché è stato chiuso definitivamente per ragioni di sicurezza dovute al degrado.

Ci si trova quindi con uno spazio incredibilmente ampio a due passi dal centro storico di Schio, inutilizzabile per i costi eccessivi di messa a norma. Dei ragazzini entrano in questo spazio, scaricano gli estintori cambiati da poco (degli estintori nuovi in un luogo inagibile? Perché?), rompono videocassette (documenti storici: perché non sono in un archivio storico, al sicuro?) e vetri e bruciano documenti, attivando così l’arrivo dei vigili del fuoco. Lungi difendere questi atti di profonda inciviltà e ignoranza, ma è giusto fare un ragionamento più ampio.

Facciamo un altro passo indietro: nell’ottobre 2010, l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti rispondeva così a chi protestava contro i tagli alla cultura: “la cultura non si mangia, adesso vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, comincerò dalla Divina Commedia”. Nemmeno un mese dopo, crollava un muro a Pompei.

Se mi chiedono “cos’è la Fabbrica Alta” posso rispondere che la si può osservare, dismessa, di fronte al giardino Jaquard, che l’ha voluta Alessandro Rossi, che ad ogni piano c’era un’attività produttiva differente e che gli operai dovevano pisciare in delle cisterne apposite, perché l’ammoniaca dell’urina serviva nel processo di tinteggio dei tessuti. Assieme allo stabile, l’imprenditore scledense per eccellenza costruì un quartiere per i suoi dipendenti, sul modello di quelli inglesi, quello che ora si chiama quartiere operaio: agli operai casette modeste, ai capiturno un po’ più grandi, ai quadri delle villette e ai dirigenti villette ancora migliori. Fece costruire anche una scuola materna per i dipendenti davanti alla fabbrica, e a loro dedicò una statua (distrutta per errore e riassemblata qualche anno fa nel giro di pochi mesi). Nella chiesa di Sant’Antonio Abate, ancora oggi può sposarsi solo chi fa “Rossi” di cognome, in onore di chi la costruì per il quartiere. Non so queste cose perché sono un sapientone, o perché ami oltremodo la cultura, bensì perché sono di Schio, e sono orgoglioso di poter raccontare queste cose ad un amico che viene da fuori regione.

Tra due mesi compio 30 anni. Mi reputo giovane, ma per forza di cose vedo e parlo con chi ha una decina d’anni meno di me… spesso e volentieri non sa chi è al governo, non sa cos’è successo a Pompei.
Le canzoni di Fabrizio de André sono roba vecchia, adesso va….il pulcino pio.

Può suonare come il pregiudizio di un “vecchio” di 30 anni, ma di fatto un ministro che dice che la cultura non si mangia, l’abisso culturale della generazione del pulcino pio e un raid vandalico nel monumento simbolo della propria città, a mio avviso sono molto collegati.
Chi, da bambino o adolescente, non era curioso? Chi non è entrato in una grotta per vedere dove poteva condurre, fantasticando su inestimabili tesori? Chi, passeggiando in un bosco, incontrando un rudere, non ha provato la tentazione di entrarci e magari l’ha fatto?
Credo sia stata la stessa cosa che hanno pensato i ragazzini fermati mercoledì quando hanno visto la prima volta il passaggio per entrare: le scale antincendio ci sono ancora e, almeno fino a 2 anni fa, conducevano direttamente a porte già divelte ad ogni piano. Vista da fuori, la Fabbrica Alta è un parcheggio con una gigantesca costruzione dell’800 lasciata nell’incuria totale: finestre rotte, scale arrugginite, tapparelle veneziane cadute e, all’entrata principale di via Pasubio, sporcizia di ogni tipo spinta sotto alla porta dal vento. Il porfido che dà sull’entrata e la linea bianca che divide simmetricamente la facciata della fabbrica attraversando la strada fino al giardino Jaquard, è riparato, anziché con i cubetti di pietra e marmo, con toppe di cemento, aumentando l’idea di pressapochismo ed incuria. Non so che ambiente quei ragazzi abbiano incontrato all’interno della fabbrica, ma a giudicare l’esterno e considerando che il luogo è inagibile, dubito che abbiano trovato locali immacolati e ordinati. In questa “terra di nessuno”, privi evidentemente di memoria storica e della cultura che tanto non riempie la pancia, si sono sentiti liberi di fare quello che veniva loro in mente di volta in volta.

La Fabbrica Alta ormai è una cattedrale nel deserto, i progetti di riqualificazione (dei quali nessuno vuole farsi carico ormai da almeno 6 anni) prevedono la costruzione di nuovi appartamenti, ma dalle immagini sui cartelloni (altra spesa inutile che il comune dovrebbe giustificare), rischia di diventare un nuovo centro “le fontane” o una nuova “galleria Petange”, luoghi sporchi e a volte pericolosi, con lampadine bruciate a dare quel tipico senso di trasandatezza, lo stesso che viene guardando il porfido riparato con catrame in via Pasini e un po’ in tutto il centro storico.
La fabbrica andrebbe espropriata a costo zero e rimessa a norma a spese dell’attuale proprietario. La cultura forse non si mangia, ma crea posti di lavoro e, con un biglietto d’ingresso, almeno si va in pari con i costi di gestione.

Un’ultima osservazione: a pochi metri dalla Fabbrica Alta si trova l’ex Caserma Cella, che se non altro oggi ospita la sede della protezione civile e in uno degli stabili annessi il museo dell’associazione 4 novembre, ma versa in condizioni se possibile peggiori della Fabbrica Alta. Un altro simbolo dell’attuale gestione del patrimonio immobiliare cittadino, considerando il valore storico-culturale dell’immobile (e le sue potenzialità, visto che il quartiere stadio è privo di una scuola media) e che il comune ha battagliato quattro anni per comprarla. Per tacere del villino Panciera, da cui la croce rossa cittadina è stata costretta ad andarsene per inagibilità. Proprietario? Pirelli, che gestisce anche il patrimonio immobiliare Marzotto.
E le decine di ettari della Lanerossi in zona industriale? Proprietario? Sempre il signor M. di Valdagno.
A quando questa riqualificazione da sempre pubblicizzata? A quando il prossimo scandalo per vandalismo?

P.S: il figlio di un noto professionista di Schio, alcuni anni fa, ha subito delle lesioni gravi agli arti dopo aver sfondato il tetto di eternit della Gregori di Magrè…questi edifici sono pericolosi, oltre che ricettacolo di vandali ed incivili.

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